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Santiago Sierra

Enterramiento de diez trabajadores

Chiesa del Luogo Pio: Piazza del Luogo Pio – Quartiere “La Venezia” – Livorno

Vernice: 30 Luglio 2010, ore 20:00

Aperta dal 30-07 al 08-08-2010

Orario di apertura: Tutte le sere, dalle ore 21:00 alle 24:00 e su appuntamento.

Santiago Sierra si confronta a Livorno con uno dei temi più scottanti del nostro presente. L’artista, internazionalmente noto per i suoi progetti controversi, presenta dal 30 luglio nella Chiesa del Luogo Pio, il risultato di un progetto recente. Invitato a ragionare su una peculiarità della Città, ha deciso di continuare la sua indagine sulle persone che stanno ai margini della società e che dai margini la interrogano. Questa volta  l’attenzione è ricaduta sulla Comunità senegalese, fra le più numerose a Livorno. Nell’inverno del 2010 ha convocato sulla spiaggia del Calambrone dieci membri della Comunità. Dopo averli disposti quasi fronte mare, li ha interrati fino a lasciare fuori il solo capo. Negli ambienti suggestivi della Chiesa del Luogo Pio, la mostra illustrerà le sequenze della performance. Il linguaggio sarà asciutto ed efficace come ormai d’uso nella ricerca pluriennale dell’artista spagnolo.

Il progetto avrà anche una propaggine pubblica. La fotografia del solo occhio di un immigrato campeggerà sulla facciata della Chiesa e sarà visibile su tutta la documentazione della mostra. Ricorda le scritte che negli anni ‘80 e ‘90 ammonivano sullo sguardo di Dio: ‘Dio c’è’, o più efficacemente in alcune zone: ‘Zeus ti vede’, dicevano graffiti anonimi. Ora quegli ammonimenti astratti sono sostituiti da una rappresentazione viva e reale. Con la diffusione massiccia dell’immagine dell’occhio – emblema e icona della mostra – mostra Santiago Sierra ha voluto “zoommare” nell’anima degli immigrati. Per gli spettatori l’invito è a specchiarsi in quella superficie tanto piatta, quanto, finalmente, non-pop e profonda. Un racconto che attraverso la messa in scena del corpo, riporta l’astratto al reale ed avvicina la parola e la carne. 23/07/2010.

Chiesa del Luogo Pio

dal 30 Luglio al 8 Agosto 2010. Inaugurazione Venerdì 30 Luglio ore 20,00. Un progetto di REACT, Associazione Culturale Riconosciuta,con la gentile collaborazione della prometeogallery di Ida Pisani, Milano / Lucca

LA CITTA’ DEI DIECI MORI

Nel 1607, per la prima volta, il carrarese Pietro Tacca si reca ai Bagni dei Forzati di Livorno. Qui osserva e studia, con voluttà che pare amore, alcuni schiavi africani, dall’anatomia monumentale, dai volti pensosi, le cui potenti membra, affaticate ma non fiaccate, paiono già gettate in bronzo. È questo l’avvio di un grandioso progetto del geniale scultore toscano, che pur nato nella città delle cave e del marmo mai prese in mano scalpello, e al levigato bagliore della candida pietra delle Apuane preferì sempre e ovunque la pacata e fosca lucentezza del bronzo. Nel porto dei Medici, rigurgitante di insospettata umanità, poteva così vedere i colossali mori dal “perfettissimo corpo”, indugiando tra questi ad osservarne uno “che chiamavasi per soprannome Morgiano, che per grandezza di persona, e per fattezze di ogni sua parte era bellissimo, e fu di grande aiuto al Tacca per condurne la bella figura, colla sua naturale effigie, che oggi vediamo”, come descrive alcuni decenni più tardi Filippo Baldinucci. Da questa sensitiva esperienza, poi ripetuta, Tacca trasse ben più di uno spunto per la realizzazione dei quattro mori, emblema della città di Livorno, ideati dapprima per il monumento equestre di Ferdinando I e poi destinati ad ornare la base del marmoreo ritratto che figura eretto lo stesso Ferdinando, eseguito già nel 1599 da Giovanni Bandini e collocato al porto nel 1617, a guardare quel vivido mare. Posizionati in seguito, tra il 1623 e il 1626, i silenziosi mori sono barbari assoggettati e asserviti, affondati ai piedi del Granduca e da questi idealmente ridotti in catene. Pare che Tacca ne abbia calcato i volti dal vero, come altrimenti si faceva con lucertole e rane per produrre un atroce quanto veritiero bestiario, così facendo nel tentativo di non perderne neanche una ruga, non una piega, non una cicatrice, e consegnare piuttosto all’osservatore la vera geografia del loro grande e poderoso corpo e, forse, della loro sofferente anima, rappresa nel metallo bruno e lucente come quella stessa loro pelle.

Quattrocentotre anni dopo il madrileno Santiago Sierra prende dieci senegalesi e di fronte al porto di Livorno, alla spiaggia del Calabrone, li sprofonda, fino a seppellirli, nella sabbia umida. Apparentemente privi di identità onomastica, senza il risuonare di alcun soprannome esotico, stanno di spalle nella meschinità di un paesaggio sapientemente disadorno, dove la linea dell’orizzonte è segnata dalle gru e dai pontoni. Nuovi servi. Altra carne. Le catene dei mori di Tacca, utili a smorzare il vigore di quei titani ridotti a bestie da soma, ad animali da circo, sono oggi la rena che inghiotte i corpi scuri dei dieci lavoratori, che ne abbatte e spegne ogni impulso e ogni energia rendendoli immobili e inefficaci. Schiacciati da chissà quale Granduca, i mori di Sierra sono i figli dei giganti di Tacca, vittime sacrificali annientati dal quotidiano sopruso. Nel 2001 Sierra aveva già accalcato venti lavoratori nella stiva di una nave, ancor prima ne aveva convinti alcuni, col denaro, a rimanere chiusi in scatole di cartone per quattro ore al giorno per cinquanta giorni. Chi presta il proprio corpo all’operare di Sierra lo fa per guadagno, necessario. Già discriminati, il più delle volte, deboli, prima d’ora soprafatti da una vita marginale e sventurata, le donne e gli uomini di Sierra vendono tempo e corpo. Tutti regolarmente remunerati, come i dieci novelli mori di Livorno, danno quel che hanno, loro stessi, e così facendo consegnano frammenti della loro intimità: digrignano denti malati, si masturbano a comando, si lascian seppellire vivi.

Quale tensione alla libertà è in loro? Cosa li guida a vivere semmai senza giogo, senza l’illusoria  franchigia data loro dal denaro che per un attimo li compra? Nel 1799 il generale Miollis, a capo delle truppe repubblicane insediatesi a Livorno, fece rimuovere il monumento dei quattro mori ritenendolo un oltraggio alla dignità umana e vagheggiando di sostituire questo con un complesso scultoreo che figurasse la Libertà che incatena i vizi. Vox clamantis in deserto, le parole del francese ebbero un’eco di poca durata, ed i mori in breve tempo ripresero a guardare il loro mare, immalinconiti nella torsione della loro statura smisurata, come in cerca di luce.

A dire insomma che niente cambia sotto questo sole, che i giganti di Tacca, semidei schiavi, emergono faticosamente ma sempre vivranno in catene, e i loro figli di Sierra sfiorano per un attimo il libero pensiero e intravedono un’intima e fugace redenzione, etimologicamente parlando, ma il peso soffocante della sabbia grava inesorabile sulle loro pur non deboli spalle.

E questa solo è la loro vita, non altra, mai altra.

Andrea Marmori

Direttore del Museo Civico “Amedeo Lia” della Spezia

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