Il Buon Vicino
a cura di Alessandra Poggianti
Inaugurazione: sabato 30 luglio 2011 - ore 19.00
La IX edizione di Effetti Contemporanei, rassegna ideata da REACT nel 2003, si apre con Il buon vicino, un progetto espositivo e una rivista (in corso di pubblicazione) a cura di Alessandra Poggianti.
Il buon vicino è un progetto che indaga, attraverso diversi interventi artistici, il concetto di vicinato oggi, fenomeno sociale alla base dell’attuale organizzazione dello spazio urbano.
Questo concetto e’ totalmente in crisi e qualora si presentano forme di vicinato queste si basano su meccanismi di esclusione e di allontanano di tutto cio’ che è fonte di turbamento (immigrati, emarginati, attività commerciali etc). Il fenomeno è alla base dei processi individualistici che hanno portato all’abbandono di spazi pubblici come luogo di incontro e confronto con “l’altro” e alla organizzazione della vita quotidiana all’interno di spazi privati o luoghi di consumo.
In questo processo sociale si perde il vecchio concetto di città come luogo d’interazione sociale, scambio di relazioni e d’incontro .
Di fronte alla definitiva crisi dello Stato Nazione la città diventa un terreno di gioco attivo, ma invece di utilizzare questi elementi locali come generatori di contatto e di comunità, si preferisce creare una distanza tra un ”noi” da contrapporre ad un “loro”, che culmina nella individuazione dei nemici esterni e interni. Questa impossibilità di produrre un “senso del comune” significa perdere un fondamentale agente attivo di resistenza.
In risposta a questo meccanismo sociale l’artista CCH, la sera dell’inaugurazione, attiva uno spazio conviviale, offrendo insieme a Massimo Filippelli un minestrone preparato seguendo la ricetta di Joseph Beuys. La citazione all’artista tedesco ci proietta verso nuove forme di vita sociale rivolta alla solidale e libera collaborazione tra gli uomini, una prospettiva utopica di un nuovo organismo sociale che è alla base del concetto filosofico beuysiano: la “scultura sociale”. Ed è proprio una “Living Sculpture” l’intervento di Juan Pablo Macias, una istallazione composta dall’ammasso di mobili e oggetti personali di una persona schiacciata dai meccanismi di potere. Un personaggio emarginato e marginale che, come molti altri, vivono separati dal resto della città. Spesso, come racconta il video di Dario Gentili, si vive nello stesso condominio, ma non si stabilisce nessun contatto. Si alzano nuove barriere e confini, che si rafforzano privatizzando tutto. L’artista spagnolo Pedro G. Romero segnala con un tipico ballo nazionale la prima vendita di una casa popolare in un quartiere di Siviglia. E nel caso in cui lo spazio rimane invenduto, spesso si abbandona. L’artista portoghese Mauro Cerqueira si riappropria dello spazio abbandonato a fianco al suo studio, violando il divieto di entrare: durante le sue incursioni raccoglie tutto quello che trova e lo riorganizza secondo nuove tassonomie. La vita quotidiana e la “presunta” normalità è materia di lavoro anche per l’artista ceca, Helena Hladilova.
La IX edizione di Effetti Contemporanei è dedicata a Mario Cesari, socio storico e guida spirituale dell’associazione React, primario di ortopedia e collezionista illuminato, scomparso da poche settimane.
SCHEDA TECNICA
Titolo: Il buon vicino
Curatela: Alessandra Poggianti
Artisti: CCH, Mauro Cerqueira, Dario Gentili, Helena Hladilova, Juan Pablo Macias, Pedro G. Romero
Dove: Ex Chiesa del Luogo Pio, Piazza del Luogo Pio, Livorno, Italia
Quando: dal 31 luglio al 31 agosto 2011
Orari dal 31 al 7 agosto ore 19/ 23. Dall’8 /31 agosto 2011, su appuntamento:
Informazioni:
web: www.comune.livorno.it – www.react.it
email: alessandrapoggianti@gmail.com
telefono: 0039 346 3641901 -
140 Una pubblicazione e una mostra a vent’anni dalla tragedia
Moby Prince.
10 Aprile 2011, ore 19, presso la Chiesa del Luogo Pio
Piazza del Luogo Pio – Quartiere “La Venezia” – Livorno
Con la ricorrenza del ventennale della tragedia del Moby Prince l’Associazione “140” – Familiari delle vittime e l’Associazione per l’arte contemporanea REACT uniscono le proprie risorse, con il prezioso contributo della Fondazione per la Cassa di Risparmio di Livorno e della Banca Cras, per ricordare, attraverso il contributo dell’arte contemporanea, una delle più gravi tragedie che ha colpito la Marina mercantile italiana dal secondo dopoguerra. Una strage che ha portato alla morte di 140 civili e che ancora oggi risulta impunita, nonostante i numerosi processi e le svariate ipotesi percorse per arrivare alla verità. Molti gli interrogativi che ruotano attorno alla vicenda e pochi i fatti realmente accertati durante i lunghi e spesso contraddittori processi che si sono celebrati. Dal 1998 le indagini sono state private anche del relitto, a causa di un affondamento sul quale si è, tra l’altro, ulteriormente speculato in senso investigativo. Forse anche per questa privazione materiale avvenuta, l’Associazione “140” ha pensato, ormai da diverso tempo, alla possibilità di dedicare una sorta di monumento alla tragedia e alle sue vittime rendendo tangibili, per mezzo di una formalizzazione di tipo artistico, questi vent’anni di sofferenze e di attesa di una qualche forma di giustizia per i loro cari.
Nasce in questo contesto l’iniziativa di REACT per la realizzazione di una mostra e di una pubblicazione ideata in stretta connessione. Nella Chiesa del Luogo Pio, spazio deputato alle attività dell’associazione, verrà infatti allestita un’esposizione attorno ai lavori di Federico Cavallini e CCH, con apertura Domenica 10 Aprile alle ore 19, in coda al programma delle celebrazioni ufficiali. Quella stessa sera, parallelamente alla mostra, verrà presentata la pubblicazione “140”, a cura di Matteo Lucchetti e con i contributi di Federico Cavallini, CCH ed un visual essay appositamente pensato da Michelangelo Consani.
Di base a Livorno e operanti a livello nazionale, i due artisti in mostra hanno lavorato intorno al concetto di memoria, al suo funzionamento in relazione alla scrittura della storia, alla sua relazione con lo spazio mediatico e all’impossibilità di articolare il ricordo, in assenza di un riconoscimento pubblico e tangibile dei fatti. Il rimosso collettivo che caratterizza larga parte della storia italiana recente, la velocità di assorbimento della notizia – e la quasi assenza di un necessario contraddittorio, all’interno di una sfera mediatica altamente auto-regolamentata e condotta – sono solo alcuni degli elementi che le pratiche artistiche in oggetto hanno eletto come sfondo della propria ricerca.
Federico Cavallini fa una proposta di monumento, realizzando “Koninging Juliana”. Una scultura cubica ottenuta con ferro da imbarcazione e battuta simbolicamente sui lati, con strumenti da demolizione, centoquaranta volte. La traccia audio di registrazione dei colpi inferti è incorporata all’oggetto, che riflette su di sé non soltanto un numero chiave della vicenda, ma anche il gesto di distruzione seguito alla formatura della scultura, parallelamente alla negazione stessa di poter avere ancora qualcosa di materialmente tangibile legato alla Moby Prince. Quel relitto, affondato e poi scomparso, torna qui idealmente in questa forma ordinata e portatrice dei segni di cancellazione del ricordo che sono stati compiuti fin dai primi momenti della tragedia.
“Moby and Prince. A tragedy and its mediascape” è invece il titolo del lavoro di CCH che provocatoriamente prova a parlare della tragedia senza nominarla. Il campo di indagine è lo spazio mediatico in cui oggi la vicenda si colloca, immersa in un’indicizzazione dei contenuti in rete, variabile a seconda di fattori prevalentemente commerciali. Le grandi immagini dei due cantanti internazionali, Moby e Prince, scompongono paradossalmente il caso in due parole chiave e aprono lo sguardo verso quel paesaggio, fatto di immagini e informazioni, che è stato costruito attorno alla strage. Ed è in queste ricostruzioni mediatiche che, spesso, l’oggetto della ricerca si è perduto allo sguardo, proprio come avviene didascalicamente nell’opera di CCH.
“140” è infine la pubblicazione, curata da Matteo Lucchetti, che oltre a documentare la mostra tenta di problematizzare ulteriormente il potenziale di analisi legato ad una ricerca visiva attorno alla Moby Prince e alla sua collocazione in una storia contemporanea italiana. In questo senso trovano un approfondimento i lavori degli artisti in mostra e si inserisce la riflessione di Michelangelo Consani. Ancora un artista livornese, dal profilo internazionale, che in questo caso articola il proprio contributo appositamente per lo spazio della pubblicazione, proponendo un parallelo tra la tragedia in oggetto ed il più grande disastro petrolifero del mediterraneo, avvenuto anch’esso il 10 Aprile 1991. A dieci ore di distanza infatti, a largo di Genova, comincia ad affondare la Amoco Milford Have, che riverserà una quantità di oltre novantamila tonnellate di petrolio nel Mar Ligure per diventare poi, negli anni, uno dei relitti più visitati al mondo. Due parabole tragiche sembrano incrociare, nel visual essay di Consani, la loro traiettoria, proiettandosi su di una narrazione squisitamente italiana, dove stragi, petrolio e mistero, che sia questo di fede o di procura, si addensano verso un nero amaramente indissipabile.
(con estratti dal testo in catalogo di Matteo Lucchetti)
140
Una pubblicazione e una mostra a vent’anni dalla tragedia Moby Prince
è un progetto, facente parte del ciclo CoCoCo, di
REACT / Ricerca Esperienze Arte ConTemporanea e
Associazione 140 – Familiari delle vittime Moby Prince
sostenuto da:
Banca Cras e Fondazione della Cassa di Risparmi di Livorno
Domenica 10 Aprile, ore 19
inaugurazione mostra e presentazione pubblicazione presso:
Chiesa del Luogo Pio, Piazza del Luogo Pio, Quartiere “La Venezia” – Livorno
pubblicazione a cura di:
Matteo Lucchetti
con contributi di:
Federico Cavallini, CCH, Michelangelo Consani
progetto grafico di:
Tommaso Garner
edita da:
SCARTI – La Spezia
la mostra rimarrà visitabile fino al
30 Aprile 2011
per maggiori informazioni
Chiesa del Luogo Pio: Piazza del Luogo Pio – Quartiere “La Venezia” – Livorno
Vernice: 30 Luglio 2010, ore 20:00
Aperta dal 30-07 al 08-08-2010
Orario di apertura: Tutte le sere, dalle ore 21:00 alle 24:00 e su appuntamento.
Santiago Sierra si confronta a Livorno con uno dei temi più scottanti del nostro presente. L’artista, internazionalmente noto per i suoi progetti controversi, presenta dal 30 luglio nella Chiesa del Luogo Pio, il risultato di un progetto recente. Invitato a ragionare su una peculiarità della Città, ha deciso di continuare la sua indagine sulle persone che stanno ai margini della società e che dai margini la interrogano. Questa volta l’attenzione è ricaduta sulla Comunità senegalese, fra le più numerose a Livorno. Nell’inverno del 2010 ha convocato sulla spiaggia del Calambrone dieci membri della Comunità. Dopo averli disposti quasi fronte mare, li ha interrati fino a lasciare fuori il solo capo. Negli ambienti suggestivi della Chiesa del Luogo Pio, la mostra illustrerà le sequenze della performance. Il linguaggio sarà asciutto ed efficace come ormai d’uso nella ricerca pluriennale dell’artista spagnolo.
Il progetto avrà anche una propaggine pubblica. La fotografia del solo occhio di un immigrato campeggerà sulla facciata della Chiesa e sarà visibile su tutta la documentazione della mostra. Ricorda le scritte che negli anni ‘80 e ‘90 ammonivano sullo sguardo di Dio: ‘Dio c’è’, o più efficacemente in alcune zone: ‘Zeus ti vede’, dicevano graffiti anonimi. Ora quegli ammonimenti astratti sono sostituiti da una rappresentazione viva e reale. Con la diffusione massiccia dell’immagine dell’occhio – emblema e icona della mostra – mostra Santiago Sierra ha voluto “zoommare” nell’anima degli immigrati. Per gli spettatori l’invito è a specchiarsi in quella superficie tanto piatta, quanto, finalmente, non-pop e profonda. Un racconto che attraverso la messa in scena del corpo, riporta l’astratto al reale ed avvicina la parola e la carne. 23/07/2010.
Chiesa del Luogo Piodal 30 Luglio al 8 Agosto 2010. Inaugurazione Venerdì 30 Luglio ore 20,00. Un progetto di REACT, Associazione Culturale Riconosciuta,con la gentile collaborazione della prometeogallery di Ida Pisani, Milano / Lucca
LA CITTA’ DEI DIECI MORI
Nel 1607, per la prima volta, il carrarese Pietro Tacca si reca ai Bagni dei Forzati di Livorno. Qui osserva e studia, con voluttà che pare amore, alcuni schiavi africani, dall’anatomia monumentale, dai volti pensosi, le cui potenti membra, affaticate ma non fiaccate, paiono già gettate in bronzo. È questo l’avvio di un grandioso progetto del geniale scultore toscano, che pur nato nella città delle cave e del marmo mai prese in mano scalpello, e al levigato bagliore della candida pietra delle Apuane preferì sempre e ovunque la pacata e fosca lucentezza del bronzo. Nel porto dei Medici, rigurgitante di insospettata umanità, poteva così vedere i colossali mori dal “perfettissimo corpo”, indugiando tra questi ad osservarne uno “che chiamavasi per soprannome Morgiano, che per grandezza di persona, e per fattezze di ogni sua parte era bellissimo, e fu di grande aiuto al Tacca per condurne la bella figura, colla sua naturale effigie, che oggi vediamo”, come descrive alcuni decenni più tardi Filippo Baldinucci. Da questa sensitiva esperienza, poi ripetuta, Tacca trasse ben più di uno spunto per la realizzazione dei quattro mori, emblema della città di Livorno, ideati dapprima per il monumento equestre di Ferdinando I e poi destinati ad ornare la base del marmoreo ritratto che figura eretto lo stesso Ferdinando, eseguito già nel 1599 da Giovanni Bandini e collocato al porto nel 1617, a guardare quel vivido mare. Posizionati in seguito, tra il 1623 e il 1626, i silenziosi mori sono barbari assoggettati e asserviti, affondati ai piedi del Granduca e da questi idealmente ridotti in catene. Pare che Tacca ne abbia calcato i volti dal vero, come altrimenti si faceva con lucertole e rane per produrre un atroce quanto veritiero bestiario, così facendo nel tentativo di non perderne neanche una ruga, non una piega, non una cicatrice, e consegnare piuttosto all’osservatore la vera geografia del loro grande e poderoso corpo e, forse, della loro sofferente anima, rappresa nel metallo bruno e lucente come quella stessa loro pelle.
Quattrocentotre anni dopo il madrileno Santiago Sierra prende dieci senegalesi e di fronte al porto di Livorno, alla spiaggia del Calabrone, li sprofonda, fino a seppellirli, nella sabbia umida. Apparentemente privi di identità onomastica, senza il risuonare di alcun soprannome esotico, stanno di spalle nella meschinità di un paesaggio sapientemente disadorno, dove la linea dell’orizzonte è segnata dalle gru e dai pontoni. Nuovi servi. Altra carne. Le catene dei mori di Tacca, utili a smorzare il vigore di quei titani ridotti a bestie da soma, ad animali da circo, sono oggi la rena che inghiotte i corpi scuri dei dieci lavoratori, che ne abbatte e spegne ogni impulso e ogni energia rendendoli immobili e inefficaci. Schiacciati da chissà quale Granduca, i mori di Sierra sono i figli dei giganti di Tacca, vittime sacrificali annientati dal quotidiano sopruso. Nel 2001 Sierra aveva già accalcato venti lavoratori nella stiva di una nave, ancor prima ne aveva convinti alcuni, col denaro, a rimanere chiusi in scatole di cartone per quattro ore al giorno per cinquanta giorni. Chi presta il proprio corpo all’operare di Sierra lo fa per guadagno, necessario. Già discriminati, il più delle volte, deboli, prima d’ora soprafatti da una vita marginale e sventurata, le donne e gli uomini di Sierra vendono tempo e corpo. Tutti regolarmente remunerati, come i dieci novelli mori di Livorno, danno quel che hanno, loro stessi, e così facendo consegnano frammenti della loro intimità: digrignano denti malati, si masturbano a comando, si lascian seppellire vivi.
Quale tensione alla libertà è in loro? Cosa li guida a vivere semmai senza giogo, senza l’illusoria franchigia data loro dal denaro che per un attimo li compra? Nel 1799 il generale Miollis, a capo delle truppe repubblicane insediatesi a Livorno, fece rimuovere il monumento dei quattro mori ritenendolo un oltraggio alla dignità umana e vagheggiando di sostituire questo con un complesso scultoreo che figurasse la Libertà che incatena i vizi. Vox clamantis in deserto, le parole del francese ebbero un’eco di poca durata, ed i mori in breve tempo ripresero a guardare il loro mare, immalinconiti nella torsione della loro statura smisurata, come in cerca di luce.
A dire insomma che niente cambia sotto questo sole, che i giganti di Tacca, semidei schiavi, emergono faticosamente ma sempre vivranno in catene, e i loro figli di Sierra sfiorano per un attimo il libero pensiero e intravedono un’intima e fugace redenzione, etimologicamente parlando, ma il peso soffocante della sabbia grava inesorabile sulle loro pur non deboli spalle.
E questa solo è la loro vita, non altra, mai altra.
Andrea Marmori
Direttore del Museo Civico “Amedeo Lia” della Spezia
L’arte contemporanea, spesso ritenuta di difficile comprensione o addirittura scostante, è in realtà più che mai fondata sul dialogo con il pubblico, al quale chiede la disponibilità a disfarsi di pregiudizi estetici, e non solo.
Ma prima ancora il dialogo è con il luogo in cui e per cui l’opera d’arte – nella dimensione di installazione – viene pensata e in cui acquista senso.
Insomma, in un’epoca in cui trionfano i “non luoghi”, i rapporti sono sempre più virtuali e l’arte stessa è svilita nella sua riproduzione e mercificazione, l’artista contemporaneo ricerca la fisicità delle relazioni umane e spaziali.
Esemplare di questo modo di operare è il lavoro di Francesco Ragni, che non crea mai “a priori” e anzi utilizza materiali che sembrano dar origine da soli all’opera, essendo oltretutto tendenzialmente elementi primari – in questo caso l’acqua – o comunque naturali, come il legno, o visivamente impalpabili – vetro, filo di nylon, gas…: e se l’opera sembra “nascere” e non “essere fatta” si supera anche il peso dell’ addicional concept, l’idea cioè della prevalenza del concetto nell’arte contemporanea.
E poiché nei nomi sono le cose, in quello che è tradizionalmente chiamato “Luogo Pio” – in una sollecitazione di empatia – non poteva che scaturire “Compassione”.
Dunque una chiesa nata nel contesto di una struttura di accoglienza per orfane diventa oggi evocazione della difficoltà attuale dell’accogliere l’altro, il diverso: dato l’ambiente, l’acqua che lo pervade non può non far pensare a quella benedetta, battesimale, che accoglie nella comunità cristiana, ma quei corpi affioranti nell’oscurità suggeriscono situazioni più drammatiche, e l’acqua stessa finisce per separarci da loro … : mentre invece non basta la pietà a distanza, occorre patire insieme.
Il gesto artistico non vuole riprodurre la realtà, ma farne vivere un’esperienza.
Antonella Capitanio
L’installazione che Cecco Ragni ha creato per la Chiesa del Luogo Pio a Livorno, con l’ intervento sonoro di Massimo Ruberti, fa parte del progetto “Co.Co.Co.” (conoscere e comprendere il contemporaneo), evento sponsorizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmi di Livorno, con il patrocinio del Comune di Livorno.
Scarica il catalogo.
Effetti Contemporanei 2009
Chiesa del Luogo Pio: Piazza del Luogo Pio – Quartiere “La Venezia” – Livorno
Vernice: Giovedì 30 Luglio 2009, ore 21:00
Apertura dal 30/07 al 9/08/2009, orario 21-24
Emozionante Installazione, site specific, di Marco Neri all’interno della Chiesa sconsacrata del Luogo Pio, a Livorno, dove la notte stellata riempie lo spazio di tutta l’intera giornata. 7 pannelli di cielo stellato riempiono 7 cornici ormai piene solo del vuoto della mancanza, in un gioco di vuoti e pieni che inganna l’occhio e coinvolge la mente e la spinge verso mete lontane e oniriche. La pittura di Neri permette di forare le pareti del magico luogo per aprire varchi virtuali che riconducono allo spazio interiore e nascosto dell’anima. Marco Neri ricrea l’infinito e la profondità della notte che adopera come strumento introspettivo, e utilizza qui la sua pittura come atto che colma la cornice della nostra anima. Mostra realizzata con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, della Coeci Trans Oil e del Rotary Club di Livorno e con il patrocinio del Comune di Livorno.
Testi Critici di Antonella Capitanio e Giampaolo Simi:
“Sidereus pictor”
L’essenza delle arti visive è forse andare oltre il visibile: anzi l’opera d’arte non sarebbe tale se si limitasse alla propria realtà oggettiva. E l’installazione dei dipinti di Marco Neri nella Chiesa del Luogo Pio conferma una volta di più questo assunto, dando proprio per questo un nuovo senso di sacralità ad uno spazio che con tale scopo era stato concepito. La nostra abitudine ad un costante consumo di immagini – pubblicitarie, televisive, cinematografiche … – ha di fatto usurato la forza stessa di ciò che un tempo era davvero percepita come un’apparizione, lo straordinario materializzarsi di qualcosa che non c’è: una forza che era non a caso alla base dell’invenzione spaziale delle chiese barocche, con i soffitti sfondati da vertiginose prospettive in cui le figure sacre fluttuavano tra nuvole e raggi di luce. Una vertigine che ancora ci colpisce – nonostante ogni smaliziata conoscenza – di fronte alle più spettacolari invenzioni, ad esempio, di un Andrea Pozzo, capace di convincerci della presenza di cupole inesistenti o della materialità di drappeggi solo dipinti: una finzione non fine a se stessa, ma tutta al servizio della religione, come in tal caso denuncia ancora più chiaramente l’identità dell’autore, padre gesuita.Naturalmente l’edificio del Luogo Pio neppure prima del bombardamento durante l’ultima guerra mondiale poteva certo provocare – per dimensioni e decorazioni – lo stesso spaesamento visivo della chiesa di Sant’Ignazio a Roma, e ancor più ovviamente l’intervento di Marco Neri suggerisce una dimensione di meditazione tutta contemporanea: ma nondimeno è l’infinito che torna ad abitare sugli altari dell’ex chiesa livornese ed è all’andare oltre l’immagine che si è condotti guardando a questi dipinti. Dipinti meticolosi, in apparenza di semplice esecuzione, ma in realtà frutto di lente e reiterate stesure a tempera, con attente scelte cromatiche che giocano con le modalità percettive del nostro occhio, seguendo un’antica sapienza tecnica testimoniata sin da un documento relativo alla decorazione dipinta a stelle della Sala de Comares nell’Alhambra di Granada, dove si precisa che i colori da utilizzare sono il rosso, il bianco e il verde chiaro: così gli stucchi che un tempo inquadravano le pale d’altare della chiesa del Luogo Pio diventano magiche finestre sull’infinito cielo stellato, come ormai le nostre notti troppo illuminate non ci permettono di vedere. Marco Neri ci offre insomma una liturgia della visione impregnata del vero credo dell’arte del nostro tempo: “il meno è il più” … Ad uno sguardo inquinato da un eccesso visivo, cui viene fatto credere che la bellezza di un’immagine sta nello strabiliante numero di pixel che la compone, torna a proporre un poveristico “bianco e nero”, capace però davvero di “riempire gli occhi” e non solo quelli: perché parafrasando una citazione di Musil amata da Marco Neri, l’arte può davvero colmare quel buco che chiamiamo anima.
Antonella Capitanio
Ora, io mi chiedo e vi chiedo: perché la Macchina Pneumatica sì e il Tordo Solitario no? Chi avrebbe maggiore diritto ad abitare le notti australi, una campana di vetro progenitrice del sottovuoto spinto o un maldestro volatile zavorrato al suolo (non è dato sapere se fosse solitario per questo). Tutti e due, in un certo senso. Per il Tordo Solitario era l’unica maniera di stare sopra le nostre teste. E quanto alla Macchina Pneumatica, chi più di un attrezzo che genera il vuoto ha diritto a un posto nel vuoto cosmico? Eppure, chissà, fra cinquant’anni qualcuno ci rifletterà e dirà: signori, la costellazione della Macchina Pneumatica non ha più alcun senso. Chi di voi ricorda di averne vista mai una? Nel vostro immaginario occupa più o meno il posto del Tordo Solitario, un uccello che non sapeva volare e che è stato cancellato dal cielo due volte, dalla Natura prima e dagli astronomi poi, prima di scomparire anche dalla faccia della Terra. E così anche la Costellazione della Macchina Pneumatica potrebbe scomparire, un bel giorno, ed essere assorbita da qualche costellazione maggiore vicina, oppure venire re-intitolata al Microchip o al Motore all’Idrogeno. Guardare il cielo è tutta una questione di punti di vista. Quella che per noi è l’Orsa, per i Tuareg è la Cammella. E poi, ovviamente è una questione di emisferi. Emisferi terrestri, sì. Ma anche emisferi cerebrali. Dove qualcuno ha tentato di far vedere la Macchina Tipografica e il nero dell’inchiostro e del progresso, alla fine ha prevalso il bianco magico dell’Unicorno. Costellazioni scomparse e costellazioni vincenti. Tutte, egualmente arbitrarie, in bilico fra realtà e fantasia. Niente le differenzia dalle costellazioni possibili su cui ora si apre Chiesa del Luogo Pio, per opera di Marco Neri. Guardate, immaginate, scegliete la vostra e datele un nome. Perché solo con lo sguardo e le parole ci è dato di affrontare il buio della notte, quando il sole non illumina le cose nascondendoci l’universo. E perché solo la nostra immaginazione può essere senza confini come il cosmo.
Giampaolo Simi
Chiesa del Luogo Pio: Piazza del Luogo Pio – Quartiere “La Venezia” – Livorno
Vernice: 28 marzo 2009, ore 18:30
Aperta dal 28-03 al 11-04-2009
Orario di apertura: venerdi e sabato dalle ore 18:30 alle 20:00 e su appuntamento
L’associazione REACT è lieta di presentare al pubblico l’installazione che Enrico Bertelli ha creato per la Chiesa del Luogo Pio a Livorno, nell’ambito del progetto “Co.Co.Co.” (conoscere e comprendere il contemporaneo), evento sponsorizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmi di Livorno, Automatic ed Hotel Città.
Troveranno spazio tre pannelli in forex sui quali Bertelli lascia volutamente la pellicola protettiva di colore azzurro-celeste che ben si allinea con l’immagine delle opere barocche. Le forme dei pannelli saranno quelle di tre grandi tele barocche: due del Tiepolo (1696-1770) ed una di Sebastiano Ricci (1659-1734). Le austere geometrie architettoniche della chiesa vengono, così, destabilizzate mediante la collocazione dissonante di tre sagome nell’area dell’altare.
Il taglio dei pannelli sarà compiuto in loco e le tracce dell’esecuzione, testimoni del percorso artistico, rimarranno visibili: tutti quegli scarti superflui di forex che si depositano sul pavimento faranno parte del tutto.
Il titolo “Allegoria” trova un adempimento appunto nelle tre forme scelte, tuttavia il rimando all’inconsistenza plastica e allo spazio dilatato delle allegorie rappresentate dall’arte Barocca, legato dichiaratamente all’identità stessa del luogo ecclesiastico, viene qui interiorizzato e assimilato all’interno di una diversa esperienza estetica.
Bertelli evidenzia una diversa interpretazione dell’ Allegoria, pensata unicamente come superamento del visibile, o meglio del visto e del vissuto, al di là del primo significato. Dalla narrazione, dal racconto di matrice letteraria, ancor prima che pittorica, si passa ad una visione non-oggettiva, ridotta ad immagini astratte, consegnate alla loro essenza di materia/colore.
Partire da ciò che è diventato inutile, non funzionale, privo della condizione di consumo, significa fondare con libertà un valore artistico, nonché poetico.
In occasione della mostra è stato pubblicato un catalogo con testo critico a cura di Giacomo Zaza.