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Erica Sagona, Sandro Bottari

Vuoti di memoria
inaugurazione: domenica 21 agosto 2011, ore 18
fino al 4 settembre 2011
orario 10.00 – 13.00, 15.30 – 17.30
Museo Le Stanze della Memoria
Via di Mezzo, 70 – Barga (Lu) – Comune di Barga

Siamo soliti attribuire all’espressione “vuoto di memoria” il significato di interruzione,
apparentemente immotivata e comunque imprevista, del libero flusso delle reminiscenze
che dal nostro profondo risalgono alla coscienza; flusso che corrisponde ad un tentativo,
spesso involontario, di rilettura a posteriori della trama della nostra vita vissuta, che è
fatta di sensazioni, pulsioni, intuizioni, sentimenti, conoscenze, progetti e molto altro
ancora.
Il vuoto di memoria sembra appropriarsi di una porzione di tempo astraendola
dall’infinito trascorrere del tempo stesso, del quale il flusso della memoria è soggettivo
resoconto; porzione che, in qualche modo, contraddice il tempo e che è da noi percepita
come non-tempo.
Eppoi, per la condizione di spaesamento che – a causa della improvvisa sottrazione di
riferimenti storici, relazionali, ambientali – instaura in chi lo prova e lo vive, il vuoto di
memoria è avvertito come non-spazio.
L’assenza di adeguati riferimenti spazio-temporali, che come sappiamo hanno la funzione
di ben contestualizzarci nel mondo, offre inattese, preziose seppur precarie opportunità di
rapporto con la sfera cosiddetta metafisica. Oltre la compatta mole di un monte esiste pur
sempre una porzione di cielo della quale è preclusa la visione, che diviene invece
possibile se quel monte è “forato”; rappresentando il foro un vuoto di materia (di
memoria?).

Il rapporto problematico con lo spazio e col tempo è, a ben guardare, oggetto delle opere
– pur tanto diverse per materia e per forma – presentate da Erica Sagona e Sandro
Bottari in questa occasione espositiva.
Ambedue gli artisti, ciascuno percorrendo una propria via, hanno evidentemente tentato
di elaborare poetiche ipotesi di rappresentazione, se non di revisione, dei concetti di
spazio e di tempo, che nel senso comunemente accettato significano il primo “estensione
nella quale appaiono collocati i corpi”, il secondo “successione di istanti in cui si
svolgono gli eventi e le variazioni delle cose”.
Erica Sagona pone a disposizione del tempo porzioni di spazio, materialmente costituite
da tavolette o mensole o stoffe posate orizzontalmente. Su quegli “spazi” il tempo, che è
trascorso e che va trascorrendo, non lascia alcuna traccia di sé, se non per il tramite della
impalpabile polvere che, impercettibilmente, vi si deposita. Il progressivo,
incommensurabile sedimentarsi della polvere costituisce la prova variabile, instabile,
“invisibile” del procedere delle mutazioni che inesorabilmente interessano ogni forma di
vita. In altri lavori l’artista si è fatta essa stessa tramite di questa tendenza ciclica della
materia-energia, agendo su brani di stoffa mediante deposito di polvere di grafite che,
collocata, dà luogo a infinite, chiaroscurali variazioni di luce e di lucentezza.

Analoghe operazioni Sagona compie raccogliendo pietre e stecchi (questi ultimi sono per
l’appunto visibili in questa mostra) sui quali il trascorrere del tempo si rivela mediante i
licheni, particolari organismi vegetali nati per simbiosi tra alghe e funghi. Sono essi
manifestazioni di vita nelle quali l’occhio attento e interessato – meglio sarebbe dire
“innamorato” – scopre forme e colori capaci di suscitare stupore; nelle quali variabilità e
invariabilità sorprendentemente coesistono e si accordano fino ad illudere l’osservatore
riguardo ad una loro apparente atemporalità.

E’ insomma possibile che l’indagine poetica sullo spazio e sul tempo, i suoi esiti resi con
i mezzi dell’arte ancorché limitando al minimo indispensabile l’intervento umano,
producano situazioni di incantamento nelle quali spazio e tempo finiscono per darsi
contemporaneamente presenti e assenti.

I lavori che Sandro Bottari pone all’attenzione del pubblico hanno caratteristiche assai
diverse da quelli prima descritti. Da notare innanzi tutto un protagonismo che, pur privo
di aggressività, indica l’intendimento di entrare in contatto con le cose e con le situazioni
turbandone l’equilibrio, insinuandovi con forte determinazione una propria idea; ciò non
significa che l’idea rappresenti o sia frutto di un convincimento assoluto, tuttavia essa
viene affermata e puntualizzata allo scopo di interferire sul normale andamento
dell’esistenza, di suggerire insomma un diverso modo di vivere la vita.
Lo stravolgimento dei consueti riferimenti spazio-temporali è evidente in ciascuna delle
opere presentate; e stravolgimento significa obliterazione del modo ordinario di
rapportarsi alla realtà; stravolgimento vuol dire invenzione di uno spazio e di un tempo
altri rispetto a quelli che siamo abituati a concepire.
Se nel Ritratto di Klee è ben chiaro il paradosso spazio-temporale reso dall’autore con il
confronto contestuale tra le immagini di diversa epoca dei due personaggi, in Do not lay
flat si assiste addirittura alla subordinazione di personaggi di primo piano della nostra
contemporaneità (Obama e famiglia, in immagini sfumate) rispetto all’immagine
dell’artista, arretrata ma nitida, resa viva e vivace dai colori dell’arte.

Se nella Scatola nera l’alimento-riso si fa misteriosa materia semicelata in un oggetto
devoluto a finalità artistiche o quanto meno filosofiche (la scatola nera, quella degli aerei,
contiene non già riso, bensì notizie su una catastrofe), il video Filtrazioni mostra
“all’incontrario” una sequenza di azioni che l’autore aveva compiuto addentando, a
sostentamento del proprio corpo e della propria anima, pochi prescelti alimenti
corrispondenti ad altrettanti irrinunciabili colori-valori.

L’inversione temporale, il cui effetto visivo allude all’Eterno Ritorno – consistendo nella
ricostituzione dell’integrità della provvista “alimentare” e della situazione che aveva
preceduto l’opera – configura di fatto uno spazio ed un tempo che non avremmo potuto
conoscere se non per mezzo dell’arte, che è interruzione della normalità e che ha il potere
di ricondurre la vita umana a quella condizione di contraddittoria, ma feconda,
complessità che le compete.

Chissà se la complessità della vita, specie se raccontata e complicata con i linguaggi
talora difficili e talaltra “incomprensibili” dell’arte, non sia il vero motivo di qualche
nostro vuoto di memoria.
Da quegli inattesi vuoti – tanto somiglianti al foro aperto nella montagna – potremmo
forse trarre profitto per tentare di intravedere almeno qualcosa di ciò che, in assenza di
essi, resterebbe per noi assolutamente invisibile.
Romeo Dea
Livorno, 10 agosto 2011
Per maggiori informazioni via mail:
erica.sagona@gmail.com
sandro.bottari@tiscali.it

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