Cavallini Federico, CCH

140 Una pubblicazione e una mostra a vent’anni dalla tragedia
Moby Prince.

10 Aprile 2011, ore 19, presso la Chiesa del Luogo Pio
Piazza del Luogo Pio – Quartiere “La Venezia” – Livorno

Con la ricorrenza del ventennale della tragedia del Moby Prince l’Associazione “140” – Familiari delle vittime e l’Associazione per l’arte contemporanea REACT uniscono le proprie risorse, con il prezioso contributo della Fondazione per la Cassa di Risparmio di Livorno e della Banca Cras, per ricordare, attraverso il contributo dell’arte contemporanea, una delle più gravi tragedie che ha colpito la Marina mercantile italiana dal secondo dopoguerra. Una strage che ha portato alla morte di 140 civili e che ancora oggi risulta impunita, nonostante i numerosi processi e le svariate ipotesi percorse per arrivare alla verità. Molti gli interrogativi che ruotano attorno alla vicenda e pochi i fatti realmente accertati durante i lunghi e spesso contraddittori processi che si sono celebrati. Dal 1998 le indagini sono state private anche del relitto, a causa di un affondamento sul quale si è, tra l’altro, ulteriormente speculato in senso investigativo. Forse anche per questa privazione materiale avvenuta, l’Associazione “140” ha pensato, ormai da diverso tempo, alla possibilità di dedicare una sorta di monumento alla tragedia e alle sue vittime rendendo tangibili, per mezzo di una formalizzazione di tipo artistico, questi vent’anni di sofferenze e di attesa di una qualche forma di giustizia per i loro cari.

Nasce in questo contesto l’iniziativa di REACT per la realizzazione di una mostra e di una pubblicazione ideata in stretta connessione. Nella Chiesa del Luogo Pio, spazio deputato alle attività dell’associazione, verrà infatti allestita un’esposizione attorno ai lavori di Federico Cavallini e CCH, con apertura Domenica 10 Aprile alle ore 19, in coda al programma delle celebrazioni ufficiali. Quella stessa sera, parallelamente alla mostra, verrà presentata la pubblicazione “140”, a cura di Matteo Lucchetti e con i contributi di Federico Cavallini, CCH ed un visual essay appositamente pensato da Michelangelo Consani.

Di base a Livorno e operanti a livello nazionale, i due artisti in mostra hanno lavorato intorno al concetto di memoria, al suo funzionamento in relazione alla scrittura della storia, alla sua relazione con lo spazio mediatico e all’impossibilità di articolare il ricordo, in assenza di un riconoscimento pubblico e tangibile dei fatti. Il rimosso collettivo che caratterizza larga parte della storia italiana recente, la velocità di assorbimento della notizia –  e la quasi assenza di un necessario contraddittorio, all’interno di una sfera mediatica altamente auto-regolamentata e condotta –  sono solo alcuni degli elementi che le pratiche artistiche in oggetto hanno eletto come sfondo della propria ricerca.

Federico Cavallini fa una proposta di monumento, realizzando “Koninging Juliana”. Una scultura cubica ottenuta con ferro da imbarcazione e battuta simbolicamente sui lati, con strumenti da demolizione, centoquaranta volte. La traccia audio di registrazione dei colpi inferti è incorporata all’oggetto, che riflette su di sé non soltanto un numero chiave della vicenda, ma anche il gesto di distruzione seguito alla formatura della scultura, parallelamente alla negazione stessa di poter avere ancora qualcosa di materialmente tangibile legato alla Moby Prince. Quel relitto, affondato e poi scomparso, torna qui idealmente in questa forma ordinata e portatrice dei segni di cancellazione del ricordo che sono stati compiuti fin dai primi momenti della tragedia.

“Moby and Prince. A tragedy and its mediascape” è invece il titolo del lavoro di CCH che provocatoriamente prova a parlare della tragedia senza nominarla. Il campo di indagine è lo spazio mediatico in cui oggi la vicenda si colloca, immersa in un’indicizzazione dei contenuti in rete, variabile a seconda di fattori prevalentemente commerciali. Le grandi immagini dei due cantanti internazionali, Moby e Prince, scompongono paradossalmente il caso in due parole chiave e aprono lo sguardo verso quel paesaggio, fatto di immagini e informazioni, che è stato costruito attorno alla strage. Ed è in queste ricostruzioni mediatiche che, spesso, l’oggetto della ricerca si è perduto allo sguardo, proprio come  avviene didascalicamente nell’opera di CCH.

“140” è infine la pubblicazione, curata da Matteo Lucchetti, che oltre a documentare la mostra tenta di problematizzare ulteriormente il potenziale di analisi legato ad una ricerca visiva attorno alla Moby Prince e alla sua collocazione in una storia contemporanea italiana. In questo senso trovano un approfondimento i lavori degli artisti in mostra e si inserisce la riflessione di Michelangelo Consani. Ancora un artista livornese, dal profilo internazionale, che in questo caso articola il proprio contributo appositamente per lo spazio della pubblicazione, proponendo un parallelo tra la tragedia in oggetto ed il più grande disastro petrolifero del mediterraneo, avvenuto anch’esso il 10 Aprile 1991. A dieci ore di distanza infatti, a largo di Genova, comincia ad affondare la Amoco Milford Have, che riverserà una quantità di oltre novantamila tonnellate di petrolio nel Mar Ligure per diventare poi, negli anni, uno dei relitti più visitati al mondo. Due parabole tragiche sembrano incrociare, nel visual essay di Consani, la loro traiettoria, proiettandosi su di una narrazione squisitamente italiana, dove stragi, petrolio e mistero, che sia questo di fede o di procura, si addensano verso un nero amaramente indissipabile.

(con estratti dal testo in catalogo di Matteo Lucchetti)

140

Una pubblicazione e una mostra a vent’anni dalla tragedia Moby Prince

è un progetto, facente parte del ciclo CoCoCo, di

REACT / Ricerca Esperienze Arte ConTemporanea e

Associazione 140 – Familiari delle vittime Moby Prince

sostenuto da:

Banca Cras e Fondazione della Cassa di Risparmi di Livorno

Domenica 10 Aprile, ore 19

inaugurazione mostra e presentazione pubblicazione presso:
Chiesa del Luogo Pio, Piazza del Luogo Pio, Quartiere “La Venezia” – Livorno

pubblicazione a cura di:

Matteo Lucchetti

con contributi di:

Federico Cavallini, CCH, Michelangelo Consani

progetto grafico di:

Tommaso Garner

edita da:

SCARTI – La Spezia

la mostra rimarrà visitabile fino al

30 Aprile 2011

per maggiori informazioni

www.react.it

Collezione Contemporanea

Presentazione delle due opere di Enrico Bacci dal titolo “Campi di rose” e del doppio ritratto di Valentina Restivo dal titolo “Amedeo e Jeanne”.
Le opere verranno donate dagli artisti all’associazione REACT per integrare la propria collezione.

Venerdì 12 ottobre 2010 alle ore 18.30
Galleria Le Stanze Via Roma 92/A, Livorno

La notizia, tanto desiderata, della decisione di riaprire uno spazio per l’arte contemporanea nell’ambito della ristrutturazione e riedificazione del Polo del Luogo Pio spinge a operare perché, quel concetto di “museo progressivo” venga pienamente recuperato, anche attraverso la raccolta di opere e documentazioni relative alla contemporaneità, realizzate successivamente alla chiusura del museo, avvenuta ormai da oltre venticinque anni.
In questo senso la collezione dell’associazione REACT potrebbe costituire un nucleo volto ad integrare quella, di grande valore, ma ferma al 1975, del Comune di Livorno
Le due opere di Bacci sono state realizzate “materialmente con buste usate” rifiuti di operazioni burocratiche, portate a nuova vita una volta sradicate dal loro contesto originario;
Il doppio ritratto di Valentina Restivo vuole essere un omaggio all’arte ed all’amore ed assume i volti di Modigliani e di Jeanne Hébuterne in chiave iconica, anche in relazione ad una contestualizzazione nell’identità del territorio (Livorno)
La presentazione avverrà negli spazi della galleria Le Stanze, Venerdì 12 ottobre 2010 alle ore 18.30, realtà di recente costituzione, inaugurata a novembre 2009.

Enrico Bacci, Valentina Restivo

Museo Le Stanze della Memoria – Via di Mezzo, Barga (LU)

22 Agosto – 05 Settembre 2010

Santiago Sierra

Enterramiento de diez trabajadores

Chiesa del Luogo Pio: Piazza del Luogo Pio – Quartiere “La Venezia” – Livorno

Vernice: 30 Luglio 2010, ore 20:00

Aperta dal 30-07 al 08-08-2010

Orario di apertura: Tutte le sere, dalle ore 21:00 alle 24:00 e su appuntamento.

Santiago Sierra si confronta a Livorno con uno dei temi più scottanti del nostro presente. L’artista, internazionalmente noto per i suoi progetti controversi, presenta dal 30 luglio nella Chiesa del Luogo Pio, il risultato di un progetto recente. Invitato a ragionare su una peculiarità della Città, ha deciso di continuare la sua indagine sulle persone che stanno ai margini della società e che dai margini la interrogano. Questa volta  l’attenzione è ricaduta sulla Comunità senegalese, fra le più numerose a Livorno. Nell’inverno del 2010 ha convocato sulla spiaggia del Calambrone dieci membri della Comunità. Dopo averli disposti quasi fronte mare, li ha interrati fino a lasciare fuori il solo capo. Negli ambienti suggestivi della Chiesa del Luogo Pio, la mostra illustrerà le sequenze della performance. Il linguaggio sarà asciutto ed efficace come ormai d’uso nella ricerca pluriennale dell’artista spagnolo.

Il progetto avrà anche una propaggine pubblica. La fotografia del solo occhio di un immigrato campeggerà sulla facciata della Chiesa e sarà visibile su tutta la documentazione della mostra. Ricorda le scritte che negli anni ‘80 e ‘90 ammonivano sullo sguardo di Dio: ‘Dio c’è’, o più efficacemente in alcune zone: ‘Zeus ti vede’, dicevano graffiti anonimi. Ora quegli ammonimenti astratti sono sostituiti da una rappresentazione viva e reale. Con la diffusione massiccia dell’immagine dell’occhio – emblema e icona della mostra – mostra Santiago Sierra ha voluto “zoommare” nell’anima degli immigrati. Per gli spettatori l’invito è a specchiarsi in quella superficie tanto piatta, quanto, finalmente, non-pop e profonda. Un racconto che attraverso la messa in scena del corpo, riporta l’astratto al reale ed avvicina la parola e la carne. 23/07/2010.

Chiesa del Luogo Pio

dal 30 Luglio al 8 Agosto 2010. Inaugurazione Venerdì 30 Luglio ore 20,00. Un progetto di REACT, Associazione Culturale Riconosciuta,con la gentile collaborazione della prometeogallery di Ida Pisani, Milano / Lucca

LA CITTA’ DEI DIECI MORI

Nel 1607, per la prima volta, il carrarese Pietro Tacca si reca ai Bagni dei Forzati di Livorno. Qui osserva e studia, con voluttà che pare amore, alcuni schiavi africani, dall’anatomia monumentale, dai volti pensosi, le cui potenti membra, affaticate ma non fiaccate, paiono già gettate in bronzo. È questo l’avvio di un grandioso progetto del geniale scultore toscano, che pur nato nella città delle cave e del marmo mai prese in mano scalpello, e al levigato bagliore della candida pietra delle Apuane preferì sempre e ovunque la pacata e fosca lucentezza del bronzo. Nel porto dei Medici, rigurgitante di insospettata umanità, poteva così vedere i colossali mori dal “perfettissimo corpo”, indugiando tra questi ad osservarne uno “che chiamavasi per soprannome Morgiano, che per grandezza di persona, e per fattezze di ogni sua parte era bellissimo, e fu di grande aiuto al Tacca per condurne la bella figura, colla sua naturale effigie, che oggi vediamo”, come descrive alcuni decenni più tardi Filippo Baldinucci. Da questa sensitiva esperienza, poi ripetuta, Tacca trasse ben più di uno spunto per la realizzazione dei quattro mori, emblema della città di Livorno, ideati dapprima per il monumento equestre di Ferdinando I e poi destinati ad ornare la base del marmoreo ritratto che figura eretto lo stesso Ferdinando, eseguito già nel 1599 da Giovanni Bandini e collocato al porto nel 1617, a guardare quel vivido mare. Posizionati in seguito, tra il 1623 e il 1626, i silenziosi mori sono barbari assoggettati e asserviti, affondati ai piedi del Granduca e da questi idealmente ridotti in catene. Pare che Tacca ne abbia calcato i volti dal vero, come altrimenti si faceva con lucertole e rane per produrre un atroce quanto veritiero bestiario, così facendo nel tentativo di non perderne neanche una ruga, non una piega, non una cicatrice, e consegnare piuttosto all’osservatore la vera geografia del loro grande e poderoso corpo e, forse, della loro sofferente anima, rappresa nel metallo bruno e lucente come quella stessa loro pelle.

Quattrocentotre anni dopo il madrileno Santiago Sierra prende dieci senegalesi e di fronte al porto di Livorno, alla spiaggia del Calabrone, li sprofonda, fino a seppellirli, nella sabbia umida. Apparentemente privi di identità onomastica, senza il risuonare di alcun soprannome esotico, stanno di spalle nella meschinità di un paesaggio sapientemente disadorno, dove la linea dell’orizzonte è segnata dalle gru e dai pontoni. Nuovi servi. Altra carne. Le catene dei mori di Tacca, utili a smorzare il vigore di quei titani ridotti a bestie da soma, ad animali da circo, sono oggi la rena che inghiotte i corpi scuri dei dieci lavoratori, che ne abbatte e spegne ogni impulso e ogni energia rendendoli immobili e inefficaci. Schiacciati da chissà quale Granduca, i mori di Sierra sono i figli dei giganti di Tacca, vittime sacrificali annientati dal quotidiano sopruso. Nel 2001 Sierra aveva già accalcato venti lavoratori nella stiva di una nave, ancor prima ne aveva convinti alcuni, col denaro, a rimanere chiusi in scatole di cartone per quattro ore al giorno per cinquanta giorni. Chi presta il proprio corpo all’operare di Sierra lo fa per guadagno, necessario. Già discriminati, il più delle volte, deboli, prima d’ora soprafatti da una vita marginale e sventurata, le donne e gli uomini di Sierra vendono tempo e corpo. Tutti regolarmente remunerati, come i dieci novelli mori di Livorno, danno quel che hanno, loro stessi, e così facendo consegnano frammenti della loro intimità: digrignano denti malati, si masturbano a comando, si lascian seppellire vivi.

Quale tensione alla libertà è in loro? Cosa li guida a vivere semmai senza giogo, senza l’illusoria  franchigia data loro dal denaro che per un attimo li compra? Nel 1799 il generale Miollis, a capo delle truppe repubblicane insediatesi a Livorno, fece rimuovere il monumento dei quattro mori ritenendolo un oltraggio alla dignità umana e vagheggiando di sostituire questo con un complesso scultoreo che figurasse la Libertà che incatena i vizi. Vox clamantis in deserto, le parole del francese ebbero un’eco di poca durata, ed i mori in breve tempo ripresero a guardare il loro mare, immalinconiti nella torsione della loro statura smisurata, come in cerca di luce.

A dire insomma che niente cambia sotto questo sole, che i giganti di Tacca, semidei schiavi, emergono faticosamente ma sempre vivranno in catene, e i loro figli di Sierra sfiorano per un attimo il libero pensiero e intravedono un’intima e fugace redenzione, etimologicamente parlando, ma il peso soffocante della sabbia grava inesorabile sulle loro pur non deboli spalle.

E questa solo è la loro vita, non altra, mai altra.

Andrea Marmori

Direttore del Museo Civico “Amedeo Lia” della Spezia